L’INARRESTABILE DECLINO DELLA SCUOLA PUBBLICA

Una riforma dopo l’altra, provvedimenti a singhiozzo, ma il declino per la nostra scuola sembra inarrestabile. Siamo gli ultimi o quasi nella graduatoria dei valori culturali.

Ora il ministro della Pubblica Istruzione, Fioroni, va a ripescare gli esami di riparazione. Un risposta come un’altra alla deriva, ma il problema di fondo purtroppo resta. Chi amministra la scuola? I docenti sono le sagge guide dei ragazzi? Il loro sapere risponde realmente alle esigenze minime della cultura?

Perché c’è voluto Benigni per rilanciare Dante? Sono i ragazzi a non volerne sapere della «Divina Commedia» o piuttosto sono i docenti a non saperla fare apprezzare? E ancora: chi dirige gli Istituti? I presidi (pardon, i dirigenti) sono in grado di guidare megaistituti popolati da migliaia di alunni?

Si dà il caso che a gestire un liceo classico, ad esempio, ci sia un direttore didattico. Ora, può un, pur bravo, dirigente di scuola elementare gestire una scuola i cui alunni non sono più quelli del primo ciclo? O un preside di liceo può gestire una scuola elementare? Eppure la mobilità tra le sfere dirigenziali è diventata di uso comune.

Una volta – parlo per esperienza personale – si perveniva per gradi specifici alla direzione. Da professore di scuola media, ad esempio, dopo almeno un quinquennio di esperienza un concorso direttivo per lo stesso tipo di scuola. Passaggio ad un istituto superiore? Un concorso se nel tuo curricolo c’era almeno una esperienza professorale in quel tipo di scuola.

Ora, un dirigente di quali poteri si deve servire per punire le intemperanze di un docente fannullone, eternamente ritardatario, insomma incapace di gestire una classe? C’era una volta la cosiddetta «qualifica» di fine anno che il preside assegnava ai docenti. Personalmente tutti «ottimi» i docenti delle mie scuole. Per il ritardatario abituale, per l’ignorante un avvertimento semplice: «Vada per la sua prima esperienza. Ma questa scuola, mi dispiace, non è per lei». E qui una serie di appunti veritieri sull’operato del professore. Il quale, una volta messo sull’avviso, decideva di sua spontanea volontà, di cambiare aria. Insorsero i sindacati contro lo strapotere fascistoide dei presidi. E la qualifica fu abolita. Restò valida soltanto per i presidi annualmente giudicati dal provveditore. Ma oggi quale deterrente per i professori?

Lo Stato distribuisce elemosine ai docenti. Corsa alle progettazioni. E il povero dirigente cerca di accontentare tutti. Oboli per tutti. Navigazione a vista per alunni che passano il tempo tra un progetto e l’altro. Vacanze a josa. Viaggi istruttivi, sedute assembleari per le ricorrenti «crociate» contro la mafia, per la legalità, per la donazione degli organi, per la sconfitta della fame nel terzo mondo, per l’educazione sessuale…. I mali del mondo si curano a scuola. I decreti delegati in vita solo per marinare ore di lezione. Il bullismo prospera.

C’era un tempo la goliardica festa della matricola. Per accedere all’Ateneo si pagava il pedaggio ai buontemponi di turno. Trovate davvero goliardiche. Ma ora è violenza. E la scuola assiste impotente. I genitori? Alleati dei picciotti abituati a far a casa quello che vogliono. Tornare alla meritocrazia? Ripristinare le pratiche selettive? Tutti lo vogliono, nessuno lo fa.

L’INARRESTABILE DECLINO DELLA SCUOLA PUBBLICAultima modifica: 2008-01-06T12:55:42+01:00da meritocrazia
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