Salari e meritocrazia

Ciclicamente si apre il dibattito se il nostro sistema-Paese sia davvero basato sul merito, e la risposta è sempre negativa. Altrettanto ciclicamente si chiede, a ragione, che la nostra società cambi la sua fisionomia ed i criteri regolatori delle sue dinamiche, passando dall’egualitarismo alla meritocrazia. Secondo l’enciclopedia Treccani l’egualitarismo è una «concezione politico-sociale di origine illuministica, ispiratrice dei movimenti socialisti e in genere di ogni azione tendente a realizzare, accanto all’uguaglianza di diritto, un’uguaglianza di fatto, fondata sull’equa ripartizione dei beni e delle fortune tra tutti i membri d’una società organizzata». In particolare, si può definire equalitarismo salariale (o remunerativo) «ogni proposta di politica sindacale tendente a ottenere un uguale trattamento per tutti i lavoratori (di un’industria, di un settore, eccetera), indipendentemente dalle mansioni svolte». E’ evidente che una società basata sull’egualitarismo – piatta, monocolore e in cui la soddisfazione del proprio io è repressa – non è strutturata in maniera tale da incidere su quelle leve del carattere umano che, attraverso una sana competizione, sono in grado di garantire performance di altissimo livello, le quali determinano un duplice effetto positivo: soddisfazione personale dell’autore, cui viene riconosciuto il merito della propria attività, e soddisfazione della collettività, che beneficia dell’opera di quest’ultimo.

Non vi è alcun dubbio che in Italia via sia un empasse di natura strutturale, legata alla visione esageratamente egualitarista della società. Tale visione non permette al nostro sistema di fornire prestazioni positive sul lungo periodo, nonostante la presenza, in tutti i settori, di numerosissime eccellenze professionali le cui capacità ed il cui valore in termini assoluti sono spesso e volentieri riconosciuti anche all’estero. Ma quale è il significato della parola meritocrazia? Sempre secondo l’enciclopedia Treccani la meritocrazia è una «concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e specialmente le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell’assegnazione dei posti di responsabilità».

Parlare di meritocrazia, in generale, è molto facile. E’ ben più complesso darne una concreta attuazione, soprattutto se si parla di interventi specifici. Molti analisti sono concordi nel dire che il primo passo da fare, per passare dalle parole ai fatti, per esempio nel mondo del lavoro, sia quello di intervenire sul salario, legandolo a fattori flessibili meritocratici (dinamici e non statici), ampliando il più possibile la parte variabile, e quindi rendere ancora più netti i differenziali. In Italia il salario variabile, o performance-related pay, è noto sin dagli accordi del 1993 tra governo e parti sociali (previsione di meccanismi premianti da contrattare in sede decentrata). Purtroppo, fino ad ora, è stato fatto troppo poco e male ed è davvero incredibile che nell’attuale dibattito sull’aumento dei salari, soprattutto da parte dei sindacati confederali, non si affronti la questione del merito.

Gli schemi retributivi offerti dalla scienza sono tanti, a seconda della scelta degli obiettivi, degli strumenti e delle modalità (confronta: Luca Crudeli, Obiettivi e strumenti del salario variabile: uno schema interpretativo in Giulio Cainelli, Roberto Fabbri, Paolo Pini, Partecipazione all’impresa e flessibilità retributiva in sistemi locali, Milano, 2001):

  • bonus una tantum, o lump sum, che non hanno alcun riferimento esplicito alle performance dell’impresa o alla partecipazione dei lavoratori, il cui obiettivo è principalmente contenere il costo del lavoro e ridurre i conflitti fra datore di lavoro e lavoratori attraverso una ridistribuzione di parte del «surplus aziendale»;
  • esplicitamente basati sull’output fisico del processo produttivo che tendono ad accrescere la produttività (gain-sharing);
  • basati sulle performance finanziarie dell’impresa il cui scopo è ridistribuire gli incrementi di redditività (ability to pay) e/o di suddividere il rischio fra imprenditore e lavoratori (profit-sharing);
  • finalizzati alla misurazione ed all’incentivazione della partecipazione diretta dei lavoratori all’organizzazione lavorativa dell’impresa attraverso lo sviluppo di skill e capability.

Si può discutere su quale possa essere lo schema retributivo migliore, ma il problema è che quello che manca è proprio la volontà di iniziare una discussione del genere e di dare seguito, quindi, ai buoni propositi. I margini di intervento sono ampi. Ma allora perché i sindacati, quando parlano di salari, non pongono anche la questione del merito?

Antonio Maglietta

Salari e meritocraziaultima modifica: 2007-12-05T09:41:51+01:00da meritocrazia
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